Perché abbiamo deciso che il divorzio meritava un rito
In Italia celebriamo gli inizi con grande entusiasmo: feste di laurea, matrimoni con tableau, confetti e hashtag personalizzati, anniversari, addii al celibato organizzati meglio di una startup.
Poi arriva una fine. E improvvisamente il silenzio.
Il divorzio è uno degli eventi più trasformativi della vita adulta.
Eppure non ha un rito. Non ha un momento pubblico di passaggio. Non ha una cornice simbolica.
Secondo l’antropologo Arnold van Gennep (1909), ogni cambiamento di status nella vita umana dovrebbe essere accompagnato da un rito di passaggio. Victor Turner (1969) spiegava che questi rituali servono a dare senso alla transizione e a creare comunità attorno al cambiamento.
Noi abbiamo mantenuto i rituali dell’inizio, abbiamo perso quelli della trasformazione… così il divorzio è rimasto sospeso in una zona grigia: troppo importante per essere ignorato, troppo scomodo per essere celebrato. In alcuni paesi si fanno i Divorce Party: le feste di divorzio… ne abbiamo scritto in passato qui.
Da noi avviene raramente: ed è per questo che abbiamo pensato ad un Divorce Day.
Non come provocazione, non come sfida al matrimonio, non come festa contro qualcuno e nemmeno come una festa privata.
Ma come rito laico e contemporaneo. Gioioso ma pacato.
Un momento per dire: “È finita una relazione. Non è finita la mia dignità.”
Non è un evento triste
Quando lo abbiamo immaginato, non volevamo una sala buia con sedie in cerchio e gente che sussurra.

Lo abbiamo pensato così: un locale vivo, tavoli, luci calde, chiacchiere tra le persone, confronto vero, ironia, leggerezza consapevole
Nei caroselli lo avete visto.
Le card “Divorzio è…” non erano malinconiche.
Erano dichiarazioni di libertà.

Ho usato un linguaggio fumettistico, ispirato alle iconiche “Love Is…”, ma ribaltando la narrativa.
Non per banalizzare… Per togliere peso inutile.

Perché il divorzio è un evento serio, un momento di svolta.
Non c’è bisogno di renderlo tragico.
Perché serviva davvero
In Italia oltre il 40% dei matrimoni termina in separazione o divorzio (ISTAT).
Parliamo di milioni di persone, eppure culturalmente in molti continuano a trattarlo come un errore personale, una sconfitta, una cosa da raccontare a bassa voce
Noi vogliamo cambiare la narrativa: non per negare il dolore, non per fingere che sia facile.
Ma per affermare un principio semplice: la fine non è un fallimento.. è fallito ciò che c’era prima.
Il divorzio è una transizione verso qualcosa di meglio.
E le transizioni meritano consapevolezza.
Perché lo rifaremo
Il 21 febbraio 2026 abbiamo deciso di farlo.
Perché ne sentivamo il bisogno.
Perché avevamo voglia di farlo.
Perché parlare online non basta sempre.
Perché alcune cose vanno dette guardandosi negli occhi.

Ora le timidezze iniziali sono state vinte, il tabù è stato incrinato.
La domanda adesso non è più SE lo rifaremo… ma DOVE e QUANDO 😀
Il Divorce Day non è un evento contro il matrimonio: è un evento a favore della maturità emotiva.
È uno spazio per adulti consapevoli che non vogliono essere definiti da un “non ha funzionato”.
È un modo per trasformare una narrativa sociale triste in una narrativa adulta.
Ora tocca a voi
Stiamo pensando alla prossima edizione: non abbiamo ancora deciso la città… non abbiamo deciso la data.
Vogliamo capire dove c’è davvero energia.
Se conosci un locale adatto, scrivicelo nei commenti o in privato.
Se lo vorresti nella tua città, diccelo. Se parteciperesti, faccelo sapere.
A breve apriremo anche una lista di interesse al Divorce Day.
Senza impegno: solo per capire dove costruire il prossimo rito.
Perché le società cambiano quando qualcuno osa nominare ciò che tutti vivono ma pochi raccontano.
Il divorzio non è la fine della storia.
È il capitolo in cui smetti di leggere la tua vita come un fallimento
e inizi a scriverla come una scelta.





