Rimandare la fine di un matrimonio all’anno nuovo sembra una scelta prudente.
Spesso è solo procrastinazione emotiva.
A fine anno tiriamo le somme e promettiamo che dal 1° gennaio saremo persone migliori: mangeremo meglio, faremo sport, prenderemo quelle decisioni importanti che rimandiamo da mesi.
Poi arrivano le feste, la stanchezza, la famiglia. E quella frase che molti si ripetono sottovoce: “Adesso no. Ci penso dopo le feste. A gennaio.”
Se sei dentro un matrimonio che senti finito, questa frase probabilmente ti è familiare. Non perché tu sia incosciente, ma perché decidere costa. E decidere ora, a fine anno, costa ancora di più.
C’è qualcosa di profondamente umano nel pensare che l’anno nuovo possa sistemare ciò che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare prima. Che basti girare pagina sul calendario per avere una mente più lucida, meno paura, più forza. In parte è vero. In parte è una bugia molto elegante.
Perché il punto non è quando chiudere una relazione. Il punto è capire se stai scegliendo o se stai solo rimandando. E tra le due cose c’è una differenza enorme: la stessa che passa tra “da lunedì dieta” e una dieta che dura più di quindici giorni.
Questo articolo nasce da qui. Non per dirti che devi fare qualcosa entro il 31 dicembre, ma per provare a capire, dati alla mano, se aspettare l’anno nuovo è una strategia sensata o solo un modo socialmente accettabile per non decidere mai.
“Aspettiamo gennaio”: quando il rinvio sembra una scelta matura
“Aspettiamo gennaio” è una frase che suona adulta, ragionevole, quasi elegante.
Non è il classico “non so cosa fare”. È piuttosto: “Ora non è il momento giusto. Ci sono le feste, i figli, la stanchezza, troppe variabili. Meglio pensarci con calma.”
Ed è vero: dicembre è un mese complicato. Carico emotivamente, socialmente, simbolicamente. Chiudere una relazione mentre tutto intorno parla di famiglia, bilanci e brindisi non è facile. Anzi, per molti è semplicemente troppo.
Per questo rimandare, in questa fase, non nasce quasi mai dalla superficialità. Nasce dalla fatica, dal tentativo di non fare danni, dal desiderio spesso sincero di proteggere sé stessi e gli altri da una decisione presa nel momento peggiore possibile.
Il problema è che questo assomiglia moltissimo a una scelta matura. Ma non sempre lo è.
Perché quando diciamo “aspettiamo gennaio”, spesso non stiamo prendendo tempo per capire meglio. Stiamo solo mettendo distanza da una decisione che abbiamo già intuito, ma che non siamo pronti a guardare in faccia fino in fondo.
Ed è qui che il confine diventa sottile: tra prudenza e paura di scegliere, tra rispetto dei tempi e immobilità.
Gennaio diventa una promessa rassicurante, un luogo mentale in cui immaginiamo di essere più lucidi, più forti, più pronti.
Peccato che, molto spesso, ci portiamo dietro esattamente le stesse paure.
Procrastinazione decisionale: non è pigrizia, è evitamento emotivo
Quando si parla di procrastinazione, si pensa subito alla pigrizia, alla mancanza di disciplina, alla solita narrativa del “se volessi davvero, lo faresti”.
Peccato che la psicologia dica tutt’altro.
Gli studi sulla decisional procrastination mostrano che le persone rimandano soprattutto le decisioni ad alto carico emotivo, non quelle banali. Non perché siano pigre, ma perché quelle decisioni minacciano qualcosa di profondo: l’identità, la stabilità, l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Il ricercatore Piers Steel, uno dei massimi esperti mondiali sul tema, lo dice chiaramente nella sua meta-analisi del 2007 (The Nature of Procrastination): la procrastinazione è fortemente correlata all’evitamento dell’ansia, non alla mancanza di motivazione.
Tradotto in termini molto concreti: non rimandi perché non sai cosa fare, rimandi perché sai benissimo cosa comporterebbe farlo.
Spesso non rimandiamo perché non sappiamo quale decisione prendere, ma perché quella decisione mette in crisi chi siamo e l’identità che abbiamo costruito intorno al matrimonio. Ne ho parlato più a fondo anche nell’articolo Io non sono il mio matrimonio: identità perduta e la trappola del successo.
Nel caso di un matrimonio che senti finito, la decisione non riguarda solo la relazione.
Riguarda chi diventerai dopo: riguarda come cambierà la tua vita, il tuo ruolo, spesso anche il tuo modo di vederti come uomo, donna, genitore.
Rimandare, in questo contesto, non riduce l’ansia: la congela.
La tiene lì, sotto traccia, abbastanza lontana da permetterti di funzionare, ma mai abbastanza da lasciarti davvero in pace.
E dicembre, con tutto il suo carico simbolico, diventa il momento perfetto per farlo.
Il “Fresh Start Effect”: l’anno nuovo aiuta davvero, ma non come la gente pensa
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Sì, ma a gennaio si è più motivati. È scientifico.”
Ed è vero… ma solo in parte.
Nel 2014 i ricercatori Hengchen Dai, Katherine Milkman e Jason Riis pubblicano una serie di studi sul cosiddetto Fresh Start Effect.
Il risultato è chiaro: le persone sono più propense a iniziare cambiamenti importanti in corrispondenza di momenti simbolici di discontinuità, come Capodanno, compleanni, nuovi lavori, nuovi cicli temporali…
Questi momenti creano una separazione psicologica tra il “vecchio me” e il “nuovo me”.
E questa separazione aumenta la motivazione iniziale.
Ma c’è un dettaglio che spesso viene ignorato: il Fresh Start Effect non crea decisioni, le amplifica.
Funziona quando una scelta è già stata interiormente presa, anche se non ancora agita.
Non funziona quando viene usato come stampella per evitare di decidere.
In altre parole gennaio può aiutarti a partire… ma non può decidere al posto tuo.
Se a dicembre non hai fatto nessun lavoro di consapevolezza, gennaio non ti renderà improvvisamente più coraggioso.
Ti renderà solo più motivato per qualche giorno.
Le diete abbandonate dopo 15 giorni: purtroppo non è una metafora, è un pattern
Qui arriviamo alla parte più scomoda… perché il parallelismo con la dieta non è una battuta. È un dato.
Le ricerche sui buoni propositi di Capodanno mostrano che:
- circa l’80% delle persone abbandona i propositi entro febbraio
- il picco di abbandono avviene tra la seconda e la terza settimana di gennaio
Non perché le persone siano stupide, ma perché hanno confuso motivazione con decisione.
La motivazione è uno stato emotivo.
La decisione è una ristrutturazione della propria realtà.
Quando dici “a gennaio chiudo il matrimonio”, ma non cambi nulla prima – ad esempio non modifichi il contesto, non affronti le paure, non prepari le conseguenze – stai facendo esattamente quello che fanno milioni di persone ogni anno con la dieta: ti affidi all’entusiasmo futuro per risolvere un problema presente.
Il risultato, spesso, è lo stesso: qualche giorno di slancio, poi il ritorno alla normalità.
Con una differenza sostanziale: qui in gioco non c’è il peso forma, ma la tua vita.
I numeri dietro il “Divorce Month”
Gennaio viene chiamato “divorce month”, ma i dati raccontano una storia diversa. Uno studio condotto dall’Università di Washington dalla sociologa Julie Brines, che ha analizzato 14 anni di dati sui divorzi nello stato (2001-2015), ha rivelato un paradosso sorprendente:
- Dicembre e gennaio registrano un calo del 50% nei divorce filings rispetto alla media annuale
- Le richieste di informazioni agli avvocati divorzisti aumentano del 25-30% in gennaio
- I depositi effettivi delle domande raggiungono il picco solo a marzo (+33% rispetto a dicembre)
In altre parole: gennaio è il mese in cui più persone DICONO che divorzieranno, ma è anche uno dei mesi in cui meno persone lo FANNO davvero.
Questi dati sono confermati anche da Kirk Stange, family law attorney con 25 anni di esperienza e 27 uffici in 9 stati americani, che tiene traccia meticolosa dei nuovi clienti da un decennio: “Ogni anno vediamo la stessa cosa, non importa in quale stato guardiamo. Dicembre e gennaio sono tra i mesi più scarsi dell’anno.”
E c’è un altro dato che fa riflettere: secondo una ricerca del 2015 citata da NPR, il 37% delle persone sposate ha pensato al divorzio per 2 o più anni prima di intraprendere azioni concrete.
Questo significa che non è “l’anno nuovo” a creare chiarezza. È che quella chiarezza viene rimandata anno dopo anno, gennaio dopo gennaio, con la stessa promessa: “questa volta sì”.
Esiste davvero “il momento giusto” per decidere?
Quando si rimanda una decisione importante, la spiegazione più comune è sempre la stessa: “Non è il momento giusto.”
È una frase che suona razionale, prudente, adulta. Il problema è che spesso confondiamo il momento giusto con un momento che non esiste.
La fatica decisionale: perché più aspetti, meno decidi
C’è un’idea molto diffusa secondo cui prendersi tempo aiuta a decidere meglio. In realtà, per le decisioni emotivamente complesse, succede spesso il contrario.
Più aspetti, più rimandi. Più rimandi, più la decisione pesa. E più pesa, più diventa difficile prenderla.
Non perché manchino le informazioni, ma perché la stanchezza mentale aumenta. La decisione rimane lì, sospesa, e continua a consumare energia ogni giorno.
Il risultato è paradossale: rimandiamo per essere più lucidi, e finiamo per essere sempre meno capaci di decidere.
Non è l’orario, è il lavoro emotivo
A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi se esista almeno un momento migliore della giornata per decidere. La mattina, magari. A mente fresca. Senza il peso della giornata sulle spalle.
È vero che in certi momenti siamo più lucidi. Ma una decisione come la fine di un matrimonio non si gioca sull’orario.
Se non hai fatto prima un lavoro emotivo, se non sei pronto a guardare in faccia le conseguenze, nessuna mattina ti renderà improvvisamente pronto. E nessuna sera, per quanto intensa, ti darà la chiarezza che stai aspettando.
Il punto non è quando ci pensi: è quanto sei disposto a smettere di evitarlo.
Il momento giusto non arriva. Si crea.
Qui arriviamo al punto centrale: il momento giusto non è qualcosa che arriva da solo: arriva quando il costo di non decidere diventa più alto del costo di decidere.
Quando restare fermi pesa più del cambiare, quando l’ambiguità stanca più della paura, quando il “così non va” supera il “e se poi me ne pento”.
Spesso rimandiamo anche perché ci raccontiamo che esista un modo “più sicuro” o meno doloroso per affrontare le conseguenze di una separazione. Un’illusione simile a quella che porta molti a pensare che basti un accordo o una formula giuridica per mettersi al riparo, come abbiamo raccontato nell’articolo scritto insieme allo studio legale RT sui patti prematrimoniali.
Questo non significa decidere di impulso. Significa smettere di aspettare una condizione perfetta che, molto probabilmente, non arriverà mai.
E no: questa non è solo una mia opinione personale. La psicologia su questo punto è sorprendentemente chiara.
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Se oggi non ce la fai, va bene. Ma non raccontarti che stai scegliendo.
Prendere la decisione di chiudere un matrimonio è devastante. Non è solo una scelta pratica: è il crollo di un progetto di vita, l’ammissione di una sconfitta che non volevi, la paura di ferire chi ami e di ritrovarti da solo.
Ci sono momenti della vita in cui le energie sono poche, le responsabilità tante, e la priorità diventa semplicemente restare in piedi. Dicembre, per molti, è esattamente uno di quei momenti.
Non tutti riescono a prendere una decisione ora, e non c’è nulla di patologico in questo. Pretendere lucidità assoluta, forza emotiva e visione chiara proprio adesso sarebbe irrealistico.
Quindi no: non è questo l’articolo che ti dice “fallo subito”, e non è nemmeno quello che ti giudica se non ce la fai.
Ma c’è una differenza enorme tra “Ora non ce la faccio” e “Aspetto gennaio perché allora sarà diverso”.
Se rimandi, assumiti questa verità senza abbellirla. E soprattutto chiediti: cosa stai facendo, concretamente, perché gennaio non sia solo una data sul calendario?
Stai creando spazio emotivo per una decisione futura? Stai mettendo confini nuovi nella relazione? Stai parlando con qualcuno che può aiutarti?
Se gennaio deve servire a qualcosa, non può essere il momento in cui finalmente deciderai.
Deve essere il momento in cui smetti di fingere di non sapere.
Non è una questione di calendario. È una questione di onestà.
Alla fine, tutto questo discorso non riguarda dicembre o gennaio. E nemmeno il momento giusto.
Riguarda quanto siete disposti a essere onesti con voi stessi, oggi.
Onesti nel riconoscere che un matrimonio può essere finito anche se funziona ancora “abbastanza”. Nel vedere che restare non sempre è una scelta d’amore, a volte è solo inerzia. Nel distinguere tra proteggere gli altri e rimandare per paura delle conseguenze.
L’anno nuovo non farà sparire dubbi, paure o sensi di colpa. Quelli, se restano irrisolti, si portano dietro anche a gennaio.
E anche l’anno dopo.
La chiarezza non arriva quando tutto è pronto.
Arriva quando smetti di aspettarla.
Che sia un buon anno. Onesto.
Su Life is Better After Divorce raccogliamo storie di persone che hanno attraversato questo passaggio. Non per dirti che è facile, ma per dirti che è possibile

