La difficoltà di aiutare chi si sta separando – Parte 2

Uomo che cerca di supportare la nuova compagna durante una separazione, rappresentazione visiva della difficoltà di aiutare chi si sta separando
Tempo di lettura: 9 minuti

Guida pratica non richiesta (ma supportata dalla psicologia)

Nella prima parte ti abbiamo raccontato perché chi prova ad aiutare spesso finisce per sentirsi inutile. O peggio: invisibile. Se non l’hai ancora letta, ti consigliamo di partire da lì.

Ora viene la parte scomoda. Perché se hai letto fino a qui, probabilmente stai pensando: ‘Ok, ho capito cosa non funziona. Ma allora cosa dovrei fare?’

La risposta sincera? Molto meno di quanto pensi.
E se questa frase ti infastidisce, probabilmente sei proprio la persona a cui questo articolo serve.

Premessa

Una cosa va detta subito: non ti daremo una checklist da spuntare.

Non perché non vogliamo aiutarti, ma perché le separazioni non funzionano così. Non esistono “10 mosse per supportare chi si separa” che valgano sempre. Esistono fasi diverse, che richiedono cose diverse. E la stessa identica frase può essere preziosissima lunedì e devastante giovedì.

Quello che possiamo fare è darti chiavi di lettura – strumenti per capire in che fase si trova l’altro e cosa, in quella fase specifica, può aiutare. Il resto lo devi calibrare tu, sul momento. Spiacente: la psicologia aiuta, ma non fa miracoli.”

I suggerimenti che seguono comunque non nascono da intuizioni personali o buone intenzioni astratte, ma da modelli psicologici che studiano come le persone affrontano lo stress, la perdita e le transizioni di vita.

Suggerimenti pratici

Perché solo 4 suggerimenti?

Perché sotto stress, il cervello umano è una schifezza nel gestire troppe informazioni contemporaneamente. Negli anni ’50, lo psicologo George Miller dimostrò che la nostra memoria di lavoro può tenere a bada circa 7 elementi – e quando sei emotivamente a pezzi, quel numero crolla.

Quindi no: non ti daremo 15 tecniche di ascolto attivo, 10 frasi da evitare e 20 strategie di comunicazione empatica. Te ne diamo 4, chiare. Se riesci a tenere a mente queste, hai già fatto più di quanto la maggior parte delle persone riesca a fare. Promesso.

Suggerimento pratico n.1

Non anticipare il “dopo” quando l’altro è ancora nel “dentro”

Uno degli errori più comuni quando si sta accanto a una persona che si separa è cercare di portarla mentalmente oltre la fase che sta vivendo. Succede spesso in buona fede, con frasi che suonano rassicuranti e razionali: “quando sarà finita starai meglio”, “vedrai che poi tutto si sistemerà”, “tra qualche mese riderai di tutto questo”.

Il problema non è il contenuto di queste frasi. È il momento in cui arrivano, lo accennavamo anche nella puntata precedente.

Chi sta attraversando una separazione non è semplicemente davanti a una decisione difficile, ma immerso in una transizione psicologica. William Bridges, che ha studiato a lungo i processi di cambiamento, distingue chiaramente tra il cambiamento esterno (la fine di una relazione, un accordo, una firma) e la transizione interna, che è molto più lenta e disordinata. Tra la fine di ciò che c’era prima e l’inizio di ciò che verrà dopo esiste una fase intermedia, che lui chiama zona neutra: un periodo in cui le persone oscillano tra perdita, confusione e possibilità future, spesso senza una direzione chiara.

In termini più brutali: sono nella fase in cui oggi vogliono chiudere tutto domani, dopodomani pensano di aver fatto un errore, e tra una settimana non sanno più nemmeno cosa pensare. Non è indecisione. È che il navigatore emotivo si è resettato e sta ricalcolando il percorso. Tu che sei lì accanto, intanto, non capisci più in che direzione state andando. Normale.

A questo si aggiunge un altro elemento importante, descritto dal cosiddetto Dual Process Model elaborato da Stroebe e Schut. Secondo questo modello, quando affrontiamo una perdita significativa – e una separazione lo è, anche quando voluta – alterniamo due modalità: momenti in cui siamo concentrati sulla perdita e sul dolore, e momenti in cui ci allontaniamo temporaneamente da quel dolore per proteggerci e recuperare risorse. Questo movimento oscillatorio non è un problema da correggere, ma un meccanismo adattivo.

Tradotto: non sta sbagliando. Sta funzionando come funzionano gli esseri umani sotto stress.

Quando chi sta accanto anticipa troppo il “dopo”, cercando di portare l’altro verso una visione futura che non è ancora pronta a sostenere, rischia di interrompere questo equilibrio. Il messaggio implicito che arriva non è “ti sto aiutando”, ma “dovresti essere già oltre”. Ed è qui che l’aiuto, anche se razionale, viene vissuto come distanza emotiva o come invalidazione dell’esperienza presente.

Alessio, per esempio, ci racconta che ha fatto questo errore per settimane. Ogni volta che Marcella gli raccontava una discussione con il marito, lui cercava di ‘spostarla avanti’: ‘Ma sì, tra un mese è tutto sistemato’, ‘Vedrai che quando firmate starete tutti meglio’. Razionale? Sì. Utile? Zero. Perché Marcella non era ‘un mese avanti’. Era lì, in quel momento, con l’ansia di quella specifica discussione. E lui, invece di accompagnarla lì, la tirava da un’altra parte.

Dal punto di vista pratico, questo significa una cosa semplice, ma non facile: restare nel qui e ora emotivo dell’altro. Non serve indicare una direzione, né accelerare i tempi. Serve condividere il tratto di strada in cui la persona si trova, senza pretendere che cammini più veloce solo perché tu riesci già a vedere cosa c’è più avanti.

Suggerimento pratico n.2

Distinguere tra “spazio di elaborazione” e “spazio di relazione”

Un altro fraintendimento molto comune, quando si sta accanto a una persona che si separa, riguarda il tempo e lo spazio emotivo condiviso. Spesso si dà per scontato che, se si vuole essere davvero presenti, ogni momento insieme debba essere dedicato a parlare della separazione, a ragionarci sopra, a “mettere ordine”. In realtà, questo approccio rischia di produrre l’effetto opposto.

La psicologia mostra che, in situazioni di forte stress emotivo, le persone non sono in grado di restare costantemente focalizzate sul problema senza andare incontro a un sovraccarico. Il già citato coping oscillatorio descrive proprio questo movimento naturale: chi affronta una perdita alterna momenti di confronto diretto con ciò che sta accadendo a momenti di distanza temporanea, in cui l’attenzione si sposta altrove. Questa oscillazione non è evitamento patologico, ma una forma di autoregolazione necessaria per non collassare emotivamente.

In altre parole, in alcune fasi chi si separa non sta evitando il problema. Sta evitando il sovraccarico. Cercare leggerezza, normalità o distrazione non significa rimuovere ciò che sta accadendo, ma creare le condizioni emotive per poterci tornare con un minimo di risorse in più. La psicologia dello stress è piuttosto chiara su questo punto: senza pause, la capacità di elaborazione si riduce drasticamente.

Questo aspetto è particolarmente delicato nelle relazioni affettive. Se il nuovo partner o l’amico/a diventano esclusivamente “quelli con cui si parla sempre e solo della separazione”, la relazione stessa rischia di caricarsi di un peso eccessivo. Non perché manchi l’affetto o la disponibilità, ma perché ogni incontro viene associato a fatica, tensione, decisioni difficili. Col tempo, anche involontariamente, la persona che si separa può iniziare a cercare altrove quello spazio di normalità che le consente di respirare.(questo tema è strettamente legato a quello dei confini emotivi nelle relazioni, di cui abbiamo parlato più approfonditamente in un altro articolo)

Qui comunque c’è un paradosso che fa male: diventi ‘quello/a della separazione’. Quello con cui si parla sempre e solo di avvocati, accordi, ex che non capiscono, suoceri invadenti. Dopo un po’, anche se ti vuole bene, ti associa alla fatica. E tu, dall’altra parte, ti senti ridicolo a proporre una pizza o un film, come se stessi sminuendo il dramma. Ma è esattamente quello che serve. Solo che nessuno dei due riesce a dirlo.

Dal punto di vista pratico, questo significa una cosa importante: non tutto il tempo condiviso deve essere spazio di elaborazione. Avere momenti che appartengono semplicemente alla relazione – una conversazione leggera, un’attività insieme, un tempo in cui la separazione non è al centro – non è superficialità né mancanza di supporto. È parte integrante di un equilibrio emotivo che rende possibile affrontare anche i momenti più difficili.

Questo non toglie valore ai confronti profondi, né significa “far finta di niente”. Significa riconoscere che elaborazione e relazione non coincidono sempre, e che saper distinguere questi due spazi può fare la differenza tra un supporto che aiuta davvero e uno che, senza volerlo, diventa troppo pesante da sostenere.

Suggerimento pratico n.3

Chiedere che tipo di supporto serve, invece di offrirlo automaticamente

Quando una persona che si sta separando racconta ciò che sta vivendo, la reazione più immediata di chi ascolta è spesso quella di intervenire. Dare un parere, suggerire una soluzione, indicare una strada possibile. È una risposta comprensibile: di fronte alla sofferenza, molti di noi cercano di “fare qualcosa” per alleviarla.

Il punto è che non sempre ciò che viene offerto coincide con ciò che è necessario in quel momento.

La psicologia del supporto sociale distingue chiaramente tra supporto fornito e supporto percepito. Cutrona e Russell hanno mostrato che l’aiuto è realmente efficace solo quando viene vissuto da chi lo riceve come adeguato al proprio bisogno attuale. Quando questo allineamento manca, il supporto può risultare neutro, inutile o addirittura fonte di ulteriore stress, anche se l’intenzione è genuinamente positiva.

Tradotto dal psicologhese: se l’altra persona ti sta raccontando per la quinta volta la stessa discussione con l’ex, forse non vuole la tua analisi lucida su chi ha torto. Forse vuole solo che tu dica ‘sì, ha proprio rotto le scatole’. Ma tu, brava persona razionale, gli/le spieghi perché anche l’altro ha le sue ragioni. E lei/lui ti guarda come se avessi appena cambiato squadra!

In situazioni di separazione, questo disallineamento è particolarmente frequente. Chi è sotto forte carico emotivo può trovarsi in fasi diverse: a volte ha bisogno di essere ascoltato senza essere corretto, altre volte di un confronto, altre ancora semplicemente di una pausa mentale. Offrire automaticamente consigli quando l’altro sta cercando solo comprensione può essere vissuto come una forma di pressione o di giudizio implicito: “se mi stai dando soluzioni, forse pensi che io stia sbagliando qualcosa”.

Qui entra in gioco un aspetto meno intuitivo ma cruciale: sforzarsi di capire che tipo di supporto serve non è debolezza, è precisione emotiva. Significa riconoscere che l’altro è la fonte migliore per capire di cosa ha bisogno in quel momento, e che il ruolo di chi sta accanto non è anticipare, ma sintonizzarsi.

Questo approccio ha anche un effetto collaterale importante. Restituisce all’altra persona una quota di controllo in un momento in cui molte cose sembrano sfuggirle di mano. La ricerca mostra che sentirsi rispettati nei propri bisogni e nei propri tempi aumenta la percezione di supporto e riduce la distanza relazionale. Al contrario, quando il supporto viene imposto, anche con le migliori intenzioni, il rischio è che venga vissuto come invasivo e che produca chiusura.

In altre parole, non è il contenuto dell’aiuto a fare la differenza, ma, ancora una volta, la sua congruenza con la fase emotiva di chi lo riceve. E questa congruenza, molto spesso, non si indovina: si chiede.

Suggerimento pratico n.4

Sui temi pratici (e soprattutto economici): non affidarsi solo alla buona fede

C’è un’idea molto diffusa, soprattutto quando una separazione avviene in modo civile, che può sembrare rassicurante: “tra noi c’è rispetto”, “non siamo in guerra”, “ci metteremo d’accordo strada facendo”.

Questa frase andrebbe stampata e incorniciata. Non perché sia bella, ma perché è il segnale più affidabile che tra sei mesi ci sarà casino. ‘Ci metteremo d’accordo strada facendo’ in una separazione è come ‘facciamo a metà’ quando ordini al ristorante con un amico tirchio: sulla carta ha senso, nella pratica finisce sempre a tuo svantaggio.

In molti casi questa convinzione nasce da un vissuto reale: per mesi o anni i rapporti sono stati corretti, collaborativi, a tratti persino solidali. È comprensibile, quindi, pensare che la buona fede basti.

Un esempio classico: per mesi la divisione dei beni sembra un dettaglio secondario. ‘L’importante è che i bambini stiano bene’, ‘i nostri beni si sistemano’. Poi uno dei due cambia contesto – inizia una nuova relazione, cambia lavoro, o si rende conto che il tenore di vita è cambiato. E improvvisamente quel divano nella casa in campagna, che ‘tanto tienitelo tu’, diventa il simbolo di un’ingiustizia insopportabile.

La psicologia spiega bene questo fenomeno: sotto stress decisionale, il nostro cervello non funziona come al solito. Gli studi sui bias cognitivi sotto carico emotivo mostrano che quando siamo sotto pressione tendiamo a semplificare, a difendere ciò che percepiamo come “nostro”, a reagire in modo più rigido a tutto ciò che minaccia la nostra sicurezza. E le separazioni, per quanto civili, sono stress decisionale.

Questo vale per tutti: per chi lascia, per chi viene lasciato, per chi pensa di essere pronto e scopre di non esserlo. Non è un difetto morale, è il normale funzionamento umano sotto pressione. Le priorità cambiano, le paure emergono, i bisogni di protezione si spostano. Ed è proprio questa trasformazione progressiva che rende fragile l’idea di “ci penseremo più avanti” quando si parla di accordi, tempi, soldi, responsabilità.

Per chi sta accanto a una persona che si separa, questo è un punto particolarmente delicato da tenere a mente. Il desiderio di non creare tensioni, di non sembrare diffidenti o di “non complicare le cose” può portare a evitare questi temi, rimandandoli o minimizzandoli. Ma evitare non significa proteggere. Spesso significa solo lasciare che il peso si accumuli più avanti, quando sarà più difficile gestirlo.

Dal punto di vista di chi accompagna, il nodo non è “convincere” l’altro, ma come introdurre questi temi senza trasformarli in una minaccia alla relazione. Spesso il modo più efficace non è parlarne in termini di sfiducia o di tutela personale, ma di protezione del rapporto. Spiegare che chiarire alcuni aspetti ora serve a non caricare la relazione di tensioni future, o che definire confini aiuta entrambi a restare più sereni anche nei momenti difficili, rende questi passaggi più comprensibili e meno difensivi.

In termini pratici, questo significa una cosa importante: chiarezza e confini non sono segnali di diffidenza. Al contrario, sono strumenti di protezione relazionale. Definire per tempo accordi, modalità e limiti – anche quando il clima è buono – riduce il rischio che incomprensioni successive si trasformino in conflitti inutili. E quando le questioni diventano tecniche o economicamente rilevanti, affidarsi a un supporto professionale non equivale a “mettere l’armatura”, ma a togliere peso alla relazione, evitando che debba reggere anche ciò per cui non è fatta.

In altre parole, non si tratta di aspettarsi il peggio, ma di tenere conto di come funzionano le persone quando sono sotto stress. La buona fede è un ottimo punto di partenza. Ma, per chi sta accanto a una persona che si separa, è importante sapere che da sola raramente è una strategia sufficiente per attraversare questo passaggio senza danni collaterali.

E qui un ultimo punto, scomodo ma necessario. Se sei il nuovo partner e vedi che la separazione procede ‘in buona fede’, senza accordi scritti, senza avvocati, con un ‘poi vediamo’ sugli aspetti economici, non fare il romantico.

Perché se tra un anno quella leggerezza si trasforma in conflitto, indovina chi si sentirà in colpa per non aver insistito? Esatto. Tu. Anche se ti eri trattenuto dal dire una cosa che ritenevi sensata quando era il momento. E se poi, a conflitto scoppiato, provi a dirlo, quella ritrosia di sei mesi prima sembrerà ora paranoia. O peggio: disinteresse.

Conclusione

Stare accanto a chi si separa è uno degli atti più complessi che si possano fare in una relazione.
Richiede presenza senza invasione, empatia senza fusione, sostegno senza controllo.

Se a volte ti sei sentito fuori posto, non significa che tu abbia sbagliato.
Forse stavi solo cercando di aiutare con strumenti giusti, ma nel momento sbagliato.

La psicologia lo mostra con chiarezza: nelle fasi di forte transizione emotiva non è la qualità delle intenzioni a fare la differenza, ma il loro allineamento con lo stato interno dell’altra persona. E questo allineamento non è mai definitivo: cambia, oscilla, va rinegoziato nel tempo.

Capire quando intervenire è spesso più importante di sapere cosa dire.
E accettare che, a volte, il contributo più utile sia restare presenti senza aggiustare nulla non è passività. È una forma di competenza relazionale.

Perché accompagnare non significa guidare.
Significa camminare accanto, accettando che a volte l’altro non può – o non vuole ancora – guardare nella stessa direzione.
E che non è tuo compito costringerlo a farlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna all'inizio