È una domanda che sento fare spesso… anche se non viene necessariamente esplicitata, ci sono persone che se la pongono indirettamente.
Durante la separazione (specie se conflittuale) capita di ripensare ai momenti felici oramai lontani e molte persone si chiedono se saranno nuovamente felici e se saranno capaci di innamorarsi nuovamente.
Tralasciando la risposta alla seconda domanda (a cui prima o poi dedicherò un articolo ad-hoc), in questo post vorrei condividere alcuni pensieri sulla domanda “Riuscirò ad essere felice dopo il divorzio?”
La risposta è certamente si, anche se la domanda è fondamentalmente sbagliata 😜
Due parole sulla Felicità
Sappiamo veramente cosa sia? La felicità, un tema centrale nella filosofia fin dai tempi antichi, è stata definita in molti modi diversi a seconda delle epoche, delle culture e delle scuole di pensiero. Nell’approfondimento di seguito ne sintetizzo alcune delle più importanti per coloro che fossero interessati approfondire
- Felicità come Eudaimonia (Aristotele)
Per Aristotele, la felicità (o “eudaimonia”) è il fine ultimo e il più alto bene della vita umana, il quale si raggiunge attraverso la realizzazione della virtù e l’esercizio della ragione. La felicità non è un semplice stato emotivo, ma il risultato di una vita vissuta bene, in accordo con le proprie potenzialità più elevate.
- Felicità come piacere e assenza di dolore (Epicuro)
Epicuro vede la felicità come il piacere e l’assenza di dolore. Per lui, il piacere è il bene supremo, ma sottolinea l’importanza dei piaceri intellettuali e della tranquillità dell’animo (atarassia) sopra i piaceri corporei, promuovendo uno stile di vita semplice per mantenere uno stato di contentezza duratura.
- Felicità come soddisfazione di desideri (Utilitarismo)
Gli utilitaristi, come Jeremy Bentham e John Stuart Mill, definiscono la felicità in termini di soddisfazione del maggior numero possibile di desideri e preferenze. Secondo questa visione, le azioni sono giudicate morali se tendono a promuovere la felicità e ridurre la sofferenza per il maggior numero di persone.
- Felicità come autorealizzazione (Stoicismo)
Per gli stoici, come Seneca e Marco Aurelio, la felicità deriva dall’armonia interiore e dalla virtù, ossia vivere in accordo con la ragione e la natura. La felicità stoica enfatizza l’accettazione del destino e il controllo delle reazioni emotive di fronte agli eventi esterni.
- Felicità come volontà di potenza (Nietzsche)
Friedrich Nietzsche vede la felicità come l’espressione della volontà di potenza, il desiderio intrinseco di superare gli ostacoli e realizzare la propria individualità. Per Nietzsche, la felicità è intrecciata con la lotta, il superamento di sé e l’affermazione della propria vita.
- Felicità come conformità con il Sé Superiore (Idealismo)
Nell’idealismo, specialmente in filosofi come Schopenhauer e Hegel, la felicità può essere intesa come la realizzazione o l’identificazione con un Sé superiore o con l’Assoluto. Questo approccio sposta l’attenzione dalla ricerca di piaceri temporanei alla comprensione e alla partecipazione a una realtà più ampia e profonda.
- Felicità come libertà da costrizioni (Esistenzialismo)
Per gli esistenzialisti come Jean-Paul Sartre, la felicità deriva dalla libertà di scegliere e dalla responsabilità di creare il proprio significato nella vita. La felicità, in questo contesto, è strettamente legata all’autenticità e alla capacità di vivere secondo i propri termini, nonostante l’assurdità e la sofferenza esistenziali.
- Felicità secondo Freud
Freud considerava la ricerca della felicità come una delle spinte fondamentali della vita umana, ma era anche piuttosto scettico sulla capacità dell’individuo di raggiungere una felicità duratura. Nel suo saggio “Il disagio della civiltà” (“Civilization and Its Discontents”), Freud sostiene che la società impone restrizioni ai desideri e agli istinti naturali dell’uomo, creando così una fonte costante di tensione e infelicità. Per Freud, la felicità è un fenomeno episodico e fugace, spesso legato alla soddisfazione dei desideri, ma è inevitabilmente limitata dalle restrizioni sociali e dalla realtà del dolore e della sofferenza nel mondo.
- Felicità secondo Carl Jung
Carl Jung, allievo e poi critico di Freud, aveva una visione più ampia della psiche e vedeva la realizzazione personale e l’individuazione, ovvero il processo di diventare consapevoli e integrare le diverse parti della propria personalità, come chiavi per una vita soddisfacente. Jung non parlava esplicitamente di “felicità” nei termini in cui potremmo considerarla oggi, ma enfatizzava l’importanza dell’equilibrio psichico e dell’armonia interiore. Per Jung, affrontare e integrare l’ombra, la parte inconscia e spesso negata del sé, era essenziale per raggiungere una sensazione di completezza e, in ultima analisi, di benessere personale.

Esiste uno stato di felicità?
Ciò che mi preme evidenziare è che il concetto di felicità è spesso, avvolto da aspettative irrealistiche e da una ricerca inconscia verso uno stato perpetuo di gioia e contentezza. Tuttavia, la vera essenza della felicità risiede nella sua natura effimera e preziosa, distinta dalla serenità più duratura e stabile. La felicità è un’esperienza che scaturisce in momenti particolari, infondendo la nostra vita quotidiana con sprazzi di gioia pura e incondizionata. Questi istanti di felicità, per quanto possano essere fugaci, hanno il potere di elevarci oltre la monotonia, offrendoci una visione rinnovata del mondo che ci circonda.
Spesso alcune persone legano la felicità alla conquista di obiettivi che ritengono trasformazionali: vincere una somma significativa al Superenalotto, incontrare l’amore della vita, o raggiungere il successo professionale tanto ambito. Questi traguardi, per quanto desiderabili, portano con sé una verità sorprendentemente controintuitiva: il loro impatto sulla nostra felicità è transitorio; è un picco di euforia che sfuma nel tempo, lasciandoci a confrontarci con il nostro stato emotivo di base.
Questa realtà è descritta dalla teoria dell’adattamento edonico (di Brickman e Campbell) che illustra come ci abituiamo rapidamente ai cambiamenti, sia positivi che negativi, nella nostra vita. Come un criceto in una ruota, continuiamo a correre, inseguendo incessantemente il prossimo picco di felicità, solo per trovarci di nuovo al punto di partenza una volta che l’euforia iniziale si attenua. La teoria del Set Point della Felicità (di Sonja Lyubomirsky con Lee Ross e David A. Kenny) va oltre, suggerendo che, nonostante le fluttuazioni a breve termine nel nostro benessere emotivo, la nostra felicità generale tende a stabilizzarsi attorno a un “punto di impostazione” relativamente costante, influenzato da fattori come la genetica e la personalità.
Quindi saremo nuovamente felici?
Concentriamoci sulla parola nuovamente. Spesso le persone, nell’attraversare le difficoltà e gli stati d’animo della separazione, rimpiangono i bei tempi andati e si chiedono se potranno mai tornare. Ma erano veramente felici i tempi andati?

La psicologia ci dice che questo rimpianto selettivo del passato può essere influenzato dalla lente della “rosy retrospection” (di Terence Mitchell e Leigh Thompson), che descrive la tendenza a ricordare eventi passati in modo più positivo di come sono stati vissuti. Le ricerche suggeriscono che questo fenomeno non solo modella la nostra percezione del passato, ma influenza anche il benessere attuale, offrendo una fuga momentanea dalle pressioni o insoddisfazioni del presente.
Nell’eventuale confronto con il passato va anche tenuta presente l’eventuale lente distorsiva legata al periodo in cui ci si trova. La teoria della curva della felicità U (di David Blanchflower e Andrew Oswald) ha evidenziato che, in molti paesi, la felicità segue una curva a U nel corso della vita, con un punto minimo intorno ai 40-50 anni.
Filosofi come Kierkegaard hanno sottolineato come la comprensione e l’accettazione della propria temporalità siano essenziali per affrontare la condizione esistenziale. Nell’idealizzare il passato, l’individuo cerca di riappropriarsi di momenti perduti, un tentativo di sfidare il corso unidirezionale del tempo e ritrovare un senso di appartenenza e continuità.
Quali processi contribuiscono alla felicità secondo la psicologia?
La psicologia positiva, Fondata da Martin Seligman, si concentra sullo studio delle condizioni e dei processi che contribuiscono al benessere o alla felicità individuale, ed enfatizza che questa è legata a fattori come:
- Emozioni positive: gioia, gratitudine, serenità, interesse, speranza, orgoglio, divertimento, ispirazione, ammirazione e amore.
- Impegno: essere completamente assorbiti e impegnati in attività che troviamo significative e stimolanti, spesso portando a uno stato di “flusso”.
- Relazioni: avere connessioni sociali significative e positive è fondamentale per la felicità umana.
- Significato: appartenere a e servire qualcosa di più grande di sé stessi.
- Raggiungimento: avere obiettivi da perseguire e realizzare può contribuire alla sensazione di felicità.
Eudaimonia vs. Hedonismo
La psicologia distingue tra due approcci alla felicità: l’eudaimonia, che si riferisce al senso di benessere che deriva dal vivere una vita di significato e scopo, e l’hedonismo, che si focalizza sulla ricerca del piacere e l’evitamento del dolore. La ricerca suggerisce che l’eudaimonia è più strettamente correlata a una felicità duratura rispetto all’hedonismo.
Importanza delle Aspettative
La ricerca psicologica indica anche che le nostre aspettative e confronti sociali giocano un ruolo significativo nella nostra esperienza di felicità. Avere aspettative irrealistiche o costantemente confrontarsi con gli altri può diminuire la felicità.
Assaporare il momento (l’efficacia della Mindfulness)
La mindfulness, o consapevolezza, è un concetto che ha radici nella meditazione buddista e che negli ultimi decenni è stato ampiamente esplorato e adottato dalla psicologia occidentale, soprattutto nel contesto della psicologia positiva e anche in ambito terapeutico. Questa pratica si concentra sul vivere il momento presente in modo attento e non giudicante, aumentando la consapevolezza dei propri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. La mindfulness è stata collegata a numerosi benefici per la salute mentale, tra cui un aumento della felicità. Una ricerca pubblicata sul “Journal of Personality and Social Psychology” ha trovato che le persone che praticano regolarmente la mindfulness riportano livelli più elevati di benessere soggettivo. Altri studi hanno dimostrato che programmi di riduzione dello stress basati sulla mindfulness possono portare a miglioramenti significativi della salute mentale, inclusa una riduzione della depressione e dell’ansia, che sono spesso ostacoli alla felicità.

Ecco alcuni modi in cui la mindfulness è connessa alla felicità:
Riduzione dello Stress
La pratica della mindfulness aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, focalizzandosi sul momento presente e riducendo i pensieri negativi riguardo al passato o all’ansia per il futuro. Riducendo lo stress, le persone possono sperimentare un maggiore senso di calma e felicità.
Miglioramento dell’Accettazione di Sé
La mindfulness incoraggia l’accettazione di sé e un atteggiamento non giudicante verso i propri pensieri ed emozioni. Questo può portare a un miglioramento dell’autostima e a una maggiore gentilezza verso se stessi, contribuendo così al benessere emotivo e alla felicità.
Aumento della Consapevolezza Emotiva
Praticare la mindfulness aumenta la consapevolezza delle proprie emozioni, consentendo alle persone di gestire meglio le reazioni emotive negative. Ciò consente di vivere le emozioni positive più intensamente e di sviluppare una maggiore resilienza emotiva.
Miglioramento delle Relazioni Interpersonali
La mindfulness può migliorare le relazioni interpersonali attraverso una maggiore empatia e una comunicazione più efficace. Sentirsi più connessi agli altri e avere relazioni soddisfacenti è strettamente legato alla felicità.
Concentrazione sul Presente
Vivere nel presente può aumentare la gratitudine e l’apprezzamento per i piccoli piaceri della vita, spesso trascurati quando la mente è distratta dal passato o preoccupata per il futuro. Questo approccio alla vita può migliorare significativamente il benessere generale e la sensazione di felicità.
Conclusioni
A differenza della felicità, la serenità si presenta come uno stato di calma interiore e accettazione, un equilibrio emotivo che può essere coltivato e mantenuto nel tempo attraverso la pratica della mindfulness, la riflessione personale e l’accettazione di sé. L’arte di vivere, allora, non consiste nel cercare disperatamente la felicità come un obiettivo finale, ma nel saper accogliere e apprezzare i momenti che si presentano spontaneamente lungo il nostro percorso, coltivando la capacità di trovare significato e soddisfazione nelle esperienze quotidiane.

La serenità non risiede nell’assenza di tempeste, ma nella fiducia nella nostra nave e nelle nostre abilità di navigazione. È un errore credere che esista un’esistenza esente da sfide o difficoltà; la vera serenità deriva piuttosto dalla profonda convinzione nella nostra capacità di affrontare e superare gli ostacoli che la vita pone sul nostro cammino. Questa consapevolezza non è un dono innato, ma una competenza che si acquisisce nel tempo.
Quindi sì, possiamo aspirare nuovamente alla felicità: ne siamo capaci anche perché siamo stati in grado di prendere la decisione di uscire da una relazione ormai morta e disfunzionale optando per il divorzio.
Ma attenzione aspirazione richiede più che un semplice desiderio; richiede azione, impegno e, soprattutto, la convinzione nelle nostre capacità di costruire e di vivere una vita che rifletta i nostri veri desideri e valori.
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Per approfondimenti potreste leggere L’uomo alla ricerca di senso dello psicologo Viktor Frankl, che ha profondamente esplorato il concetto di trovare significato nella sofferenza e nella sfida.

