Il divorzio è davvero la fine o è solo una questione di mentalità?
Fino ad oggi, ho sempre raccontato il divorzio da un punto di vista preciso: quello di chi lo ha scelto. Ho parlato di persone che, dopo anni di relazioni opprimenti, hanno detto basta, rinunciando (almeno temporaneamente) a una vita più comoda e stabile per qualcosa di più autentico. Perché sì, la verità è che per molti il matrimonio diventa una gabbia dorata: sicura, confortevole (beh, talvolta neanche tanto 😉) , socialmente accettabile… ma soffocante. E quando capisci che la tua vita non può essere solo una questione di inerzia, prendi coraggio e salti nel vuoto.

E’ un punto di vista che conosco bene e mi viene facile raccontarlo. Ma so altrettanto bene che questa non è l’unica storia possibile. So che non tutti scelgono di divorziare. Anzi, c’è chi si ritrova a doverlo accettare senza averlo chiesto, chi si sente tradito, abbandonato, scartato. C’è chi si sveglia un giorno e scopre che la persona con cui aveva costruito una vita ha deciso di proseguire da sola. E mentre io, e tanti altri, abbiamo vissuto il divorzio come un rilascio di energia vitale, per altri è stato un crollo, uno tsunami che ha spazzato via tutte le certezze.
Ecco perché oggi voglio parlarvi di una cosa fondamentale: l’atteggiamento con cui affrontiamo il divorzio, che è ciò che fa la differenza.
Non è tanto cosa è successo, ma come lo viviamo.
La scienza ci dice che il modo in cui interpretiamo gli eventi è più determinante degli eventi stessi nel definire il nostro benessere. Non sono solo parole motivazionali da coach su Instagram con filtro seppia e citazioni attribuite erroneamente a Steve Jobs o a Ghandi: ci sono studi psicologici, sociologici e neuroscientifici che dimostrano che è tutta una questione di mindset.
Quindi oggi voglio fare un passo in più e rivolgermi anche a chi il divorzio l’ha subìto. Perché c’è un’altra verità che pochi raccontano: puoi stare bene anche se non è stata una tua scelta. Puoi ricostruirti una vita anche se oggi non ci credi. E soprattutto, puoi scoprire che la tua felicità non dipende mai interamente da un’altra persona.
1. La trappola del “Perché è successo a me?” vs. la mentalità della crescita
Quando arriva una separazione non voluta, il primo pensiero che spesso ci travolge è: Perché proprio a me? È una reazione naturale. Dopo anni di relazione, magari dopo aver investito tutto – tempo, energie, emozioni – sentirsi messi da parte può sembrare un’ingiustizia cosmica. La mente inizia a girare su sé stessa, cercando risposte a domande senza via d’uscita: Avrei potuto fare qualcosa di diverso? Era tutto un’illusione? Sono destinato/a a stare male per sempre?
Ma fermiamoci un attimo. Se ci pensi, questa modalità di pensiero ha qualcosa in comune con il concetto di fixed mindset (mentalità fissa), una teoria sviluppata dalla psicologa di Stanford Carol Dweck nel suo libro Mindset: The New Psychology of Success (2006). Dweck ha scoperto che le persone si dividono in due categorie quando affrontano sfide o fallimenti:
- Chi crede che le proprie capacità e il proprio valore siano immutabili. Se qualcosa va storto (un divorzio, un fallimento lavorativo, un rifiuto), queste persone tendono a interpretarlo come una sentenza definitiva: Non sono abbastanza, sono destinato a stare male per sempre.
- Chi crede che le difficoltà siano opportunità per crescere. Queste persone vedono il fallimento come un passaggio, non come un’etichetta permanente. Hanno quello che Dweck chiama growth mindset (mentalità di crescita): si chiedono cosa possono imparare dall’esperienza e come possono migliorare.
E ora, pensaci: in quale delle due categorie ti riconosci?
Se la tua risposta spontanea è la prima, sappi che non sei solo. Ma la buona notizia è che il mindset non è scolpito nella pietra. Può cambiare. E cambiare il proprio modo di vedere la separazione significa cambiare il modo in cui la viviamo.
La scienza conferma: il nostro benessere dipende più dal nostro atteggiamento che dagli eventi
Uno studio pubblicato su Psychological Science (Lucas, Clark, Georgellis & Diener, 2003) ha analizzato il livello di felicità di un vasto campione di persone prima e dopo eventi considerati traumatici, tra cui il divorzio. Il risultato? Dopo un iniziale calo del benessere, la maggior parte delle persone tornava a un livello di felicità simile a quello pre-divorzio nel giro di due o tre anni. E chi si riprendeva più in fretta? Coloro che avevano adottato una mentalità orientata alla crescita.

Un altro studio condotto dall’Università di Berkeley ha analizzato l’impatto della separazione su un gruppo di persone monitorate per sei anni dopo il divorzio (Bonanno et al., 2002). Il risultato è stato chiaro: chi affrontava il divorzio con un approccio attivo e costruttivo (accettando il cambiamento e cercando nuove opportunità) mostrava livelli più alti di benessere psicologico rispetto a chi si lasciava trascinare dalla disperazione o dal rancore.
Come applicare questo nella vita di tutti i giorni?
Se vuoi cominciare a spostarti dal fixed mindset al growth mindset, inizia a porti domande diverse.
Invece di chiederti: Perché è successo a me? Cosa ho fatto di sbagliato? E se non troverò mai più nessuno?
Prova a chiederti: Cosa posso imparare da questa esperienza? In che modo questa situazione potrebbe, nel lungo periodo, portarmi qualcosa di positivo? Cosa posso fare oggi per iniziare a ricostruire la mia vita alle mie condizioni?
Forse adesso ti sembrano domande irritanti. Forse pensi che il tuo ex o la tua ex abbiano distrutto tutto e che non ci sia nulla di positivo in ciò che stai vivendo. È comprensibile. Ma la realtà è che la nostra mente funziona come un muscolo: più alleni il modo in cui interpreti gli eventi, più il tuo cervello inizierà a lavorare a tuo favore, invece che contro di te.
E il divorzio, che ora sembra solo un terremoto, può diventare l’inizio di una nuova costruzione.
2. Il mito del “vissero felici e contenti” e la fallacia della perdita totale
Se c’è una cosa che il divorzio fa con precisione chirurgica, è distruggere la favola che ci hanno raccontato fin da bambini: l’amore eterno esiste, ed è il solo percorso valido per una vita felice.
Cresciamo con l’idea che la nostra realizzazione passi necessariamente per la coppia, e che il matrimonio sia la tappa finale di un viaggio che ci garantisce stabilità, sicurezza e, ovviamente, felicità. Il problema? Questa narrativa è una trappola (per un approfondimento puoi leggere il nostro articolo Io non sono il mio Matrimonio!).
E quando un matrimonio finisce, specialmente se non siamo stati noi a scegliere la separazione, il primo pensiero è: Ho perso tutto. Non tornerò mai a essere felice come prima.
Ma fermiamoci un attimo e facciamoci una domanda scomoda: E se quella felicità che credevi di avere… fosse solo nella tua testa?
Se il matrimonio è naufragato, se il/la tua partner ha deciso di andarsene, forse non era davvero così perfetto come lo ricordavi. Forse non eri felice, ma eri felice di credere di esserlo. O meglio: ti piaceva stare dentro l’idea che avevi del matrimonio. Ma la realtà era un’altra.
Diciamocelo chiaro: un matrimonio felice non finisce. Una relazione sana non si chiude dall’oggi al domani. Se una persona ha scelto di lasciarti, significa che qualcosa non funzionava, che c’erano problemi che forse tu stesso/a non volevi vedere. Magari il tuo ex/la tua ex era infelice da anni e tu non te ne sei accorto/a. Magari anche tu non eri poi così felice, ma ti raccontavi che tutto andava bene perché era più rassicurante così.
Ecco il punto: a volte non soffriamo per la fine di un matrimonio, ma per la fine dell’illusione che avevamo su di esso.
Il divorzio non è la fine della felicità (anzi!)
Uno studio del Journal of Positive Psychology (2019) ha intervistato migliaia di persone divorziate, chiedendo loro se, con il senno di poi, pensavano che il divorzio fosse stata la scelta giusta. L’85% ha risposto sì. E il dato più interessante? Molti di loro, nei primi mesi o anni post-separazione, avrebbero risposto il contrario. Il che significa che la nostra percezione del divorzio cambia nel tempo e che quello che oggi sembra un disastro assoluto potrebbe, tra un anno, apparire come una liberazione.
Un’altra ricerca della London School of Economics (Gardner & Oswald, 2006) ha scoperto che le persone divorziate, dopo un periodo di adattamento, tendono a essere più felici di chi rimane in un matrimonio infelice. Tradotto: rimanere in una relazione sbagliata non è sinonimo di stabilità, ma di auto-sabotaggio.
INTERVALLO
Ti ho appena scaricato addosso un sacco di informazioni. Lo so, è tanta roba. E siccome non siamo più al liceo (dove già dopo 40 minuti di lezione la mente vagava), concediamoci una pausa per riflettere. Del resto, la scienza dice che l’attenzione umana dura in media 40-45 minuti… e sui social raramente si superano i 5. Quindi, meglio interrompere ora per non perdervi! 😜
E tu? Ti sei mai chiesto se eri davvero felice nel tuo matrimonio o se stavi solo difendendo l’idea che ne avevi?
✍️ Scrivilo nei commenti o raccontaci la tua esperienza! Ti ritrovi in quello che hai letto finora? Oppure hai un’altra prospettiva?
🔥 Nella seconda parte scoprirai perché questa crisi potrebbe essere la tua più grande opportunità e come trasformarla in una spinta per la tua crescita personale.