Alienazione parentale: quando il conflitto tra adulti diventa un danno per i figli
Ci sono parole che, a forza di rimbalzare sui social, finiscono per significare tutto e niente. “Narcisista” è l’esempio più famoso. “Alienazione parentale” sta facendo la stessa fine.
In questa puntata di Fattore EX proviamo a rimettere il tema sui binari: definizioni chiare, confini chiari, conseguenze chiare. E soprattutto una cosa che dovrebbe essere ovvia, ma spesso viene dimenticata quando una separazione diventa guerra: i figli non sono un campo di battaglia.
Di cosa parliamo davvero (e cosa non è)
Benedetta apre con una frase che riassume perfettamente il problema:
“Un po’ come il termine ‘narcisista’, anche ‘alienazione parentale’ viene spesso usato a sproposito, un po’ ad cazzum.”
Perché non ogni conflitto tra ex è alienazione. Non ogni rifiuto di un figlio lo è. E non basta dirlo a voce alta per trasformarlo in verità.
Marco parte dalla definizione, senza giri:
“L’alienazione parentale è una manipolazione dei figli da parte di un genitore per allontanarli dall’altro. È una cosa terribile, perché i figli hanno bisogno di entrambi i genitori.”
Da qui costruiamo il resto della puntata: cosa significa “manipolazione”, come si manifesta, come distinguere differenze educative e normali frizioni dal tentativo sistematico di tagliare fuori l’altro genitore.
L’aspetto legale che in Italia viene capito male
Senza trasformare la puntata in una lezione di diritto (tranquilli), tocchiamo anche un tema che genera parecchia confusione nel dibattito pubblico:
“In Italia non è riconosciuta la sindrome da alienazione parentale, vero… ma il danno ai figli sì! Ed è talmente grave che la Cassazione ha stabilito che può portare alla perdita della genitorialità.”
Tradotto: la sigla o l’etichetta non contano. Conta il fatto che il comportamento, quando c’è, può essere considerato gravissimo perché colpisce direttamente il benessere del minore.
Lo sguardo psicologico: capire non significa giustificare
Benedetta fa un passaggio fondamentale: parlare di malessere non vuol dire assolvere, vuol dire capire cosa alimenta certi comportamenti e perché spesso il conflitto diventa una spirale.
“La persona che agisce l’alienazione parentale non sta bene. È un sintomo di grande malessere e ha bisogno di aiuto.”
È uno dei punti più scomodi, perché richiede una maturità rara: non restare incollati al “chi ha ragione”, ma chiedersi “che cosa sta succedendo davvero, e perché?”.
La frase che riporta tutti alla realtà
Marco mette il punto dove deve stare:
“Nel tentativo di danneggiare l’altro genitore, il danno più grande non lo fai a lui (o a lei): lo fai a tuo figlio.”
Se hai vissuto (o stai vivendo) una separazione ad alto conflitto, questa frase è un check immediato: quello che sto facendo serve a mio figlio o serve a farmi sentire meno impotente?
Se ti riconosci anche solo un po’… fermati
Chiudiamo con un invito che non è “motivazionale”, è pratico e necessario:
“Se sentite di essere in questa situazione, chiedete aiuto. State usando strategie che non aiutano nessuno, né voi né i vostri figli.”
TL;DR – pochi punti da portarsi a casa
- “Alienazione parentale” non è un’etichetta da lanciare in faccia all’ex: è un comportamento specifico e grave, che va riconosciuto con lucidità.
- La battaglia tra adulti diventa tossica quando passa attraverso i figli.
- In Italia il tema non si gioca sulla “sindrome”, ma sul danno al minore e sulle conseguenze concrete.
- Capire le motivazioni psicologiche non significa giustificare: significa interrompere la spirale.
- Se senti che stai scivolando lì dentro (o ci sei già): serve supporto, non “strategie”.
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Buon ascolto. E soprattutto: buon senso (che non è mai scontato quando si soffre.)
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