Non sei sbagliato: sei fuori fase. Il problema di aiutare chi si separa

Perché aiutare una persona che si separa può diventare così difficile? Un articolo per partner e amici
Tempo di lettura: 8 minuti

Nuovi partner, amici e buone intenzioni: perché accompagnare una separazione è più complicato di quanto sembri

Un lettore ci ha scritto chiedendoci perché è così difficile aiutare una persona che si sta separando.
Di seguito trovate un riassunto della sua mail, resa anonima su sua richiesta.

Alessio è il nuovo compagno di Marcella. E c’è sempre stato.
Da quando Marcella viveva da separata in casa, è stato quello che ascoltava, che provava a riportare le discussioni su binari razionali, che la aiutava a districarsi tra piccoli e grandi conflitti quotidiani. Perfino quelli apparentemente più assurdi, dalle tensioni con i suoceri alle discussioni su chi dovesse pagare le bollette della casa. Marcella si fidava di lui, lo coinvolgeva, lo ringraziava. Era chiaro che il suo supporto contava.

Poi, un giorno, Marcella gli mostra una bozza dell’accordo di separazione. Già pronta. Già impostata. Senza averne parlato prima.
Alessio non si arrabbia. Non fa scenate. Ma dentro sente qualcosa di molto preciso: com’è possibile? Ho aiutato in tutto, sono stato una presenza costante… e proprio adesso, su una cosa così importante, non conto nulla? E la cosa più straniante è che Marcella sembra non accorgersene nemmeno.

La storia di Alessio non è un’eccezione. È uno schema che si ripete, con varianti, in moltissime separazioni.

Come nuovo compagno/a ci sono momenti in cui fai tutto “giusto”.
Ascolti. Non giudichi. Cerchi di essere razionale quando l’altro non lo è. Tieni a freno le tue opinioni, scegli le parole con attenzione, provi ad aiutare senza invadere.

Eppure ci sono momenti in cui lo stesso approccio non funziona. Le tue osservazioni vengono respinte, il tuo supporto sembra inutile, a volte addirittura fastidioso. E tu rimani lì, con la sensazione spiacevole di essere improvvisamente fuori posto.

Succede più spesso di quanto si creda quando stai accanto a una persona che si sta separando. Che tu sia un nuovo partner o un amico storico, poco cambia: a un certo punto può accadere di scoprire che la vicinanza non basta, che la buona volontà non è garanzia di utilità, e che perfino l’affetto può diventare ingombrante. Non perché tu stia sbagliando qualcosa. Ma esiste anche un altro scenario, quello in cui chi aiuta scopre di essere fuori fase rispetto al processo emotivo dell’altro.

Sia chiaro: in moltissimi casi il supporto di chi è vicino è prezioso e determinante. Ma quando questo non accade, quando ci si ritrova improvvisamente fuori posto nonostante le migliori intenzioni, è qui che entra in gioco la psicologia. Perché quello che sembra un rifiuto personale, spesso non lo è affatto.”

Il problema, quasi mai, è chi prova ad aiutare.

Il problema è quando, e in quale fase del processo, lo fa.

La separazione non solo è una decisione. È una transizione

Uno degli equivoci più frequenti quando si cerca di aiutare una persona che si sta separando è pensare che si trovi semplicemente davanti a una decisione difficile. Come se fosse una scelta da valutare, soppesare, razionalizzare. Pro e contro, scenari futuri, soluzioni possibili. Un approccio che ha perfettamente senso per chi osserva dall’esterno, ma che spesso non corrisponde affatto a ciò che sta vivendo chi è dentro il processo.

In realtà, la separazione non è solo un evento da gestire, ma una transizione psicologica profonda, che coinvolge identità, ruoli, aspettative e percezione di sé. La psicologia distingue chiaramente tra il cambiamento esterno (la fine di una relazione, una decisione presa o annunciata) e il processo interno che segue, fatto di perdite, confusione, ambivalenze e riorganizzazione. È una fase in cui le persone possono apparire incoerenti, contraddirsi, cambiare idea più volte. Non perché siano indecise o immature, ma perché stanno attraversando una zona di passaggio in cui le vecchie certezze non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili.

William Bridges, nel suo lavoro sulle transizioni, ha mostrato che tra la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro esiste una ‘zona neutra’ in cui le persone appaiono contraddittorie proprio perché stanno elaborando contemporaneamente perdita e possibilità. Chi accompagna, invece, tende già a ragionare dall’altra parte del ponte.

Chi accompagna una separazione, invece, tende a collocarsi mentalmente già “dopo”. Vede la direzione, immagina un futuro possibile, cerca di aiutare l’altro a fare chiarezza. Ma è proprio questo scarto temporale a creare attrito: mentre uno ragiona come se il cambiamento fosse già avvenuto, l’altro sta ancora elaborando ciò che sta finendo. E quando le due persone non si trovano nella stessa fase, anche l’aiuto più benintenzionato rischia di risultare fuori contesto.

Quando esiste un nuovo partner: il ruolo impossibile di “aiutare”

Per un nuovo partner, accompagnare una separazione è una delle posizioni psicologicamente più complesse che esistano. Non è solo una sensazione: lo sappiamo da decenni di ricerca sulle relazioni adulte. Chi è coinvolto affettivamente non viene percepito come una fonte neutra di supporto, anche quando è lucido, informato e animato dalle migliori intenzioni. La psicologia dell’attaccamento lo dice in modo piuttosto chiaro: nelle fasi di forte instabilità emotiva, le persone tendono a reagire in base alla percezione di sicurezza o minaccia, non alla qualità oggettiva dei consigli ricevuti (Bowlby, 1969; Hazan & Shaver, 1987).

Questo spiega uno dei fenomeni più frustranti per chi sta accanto: il progressivo respingimento dell’esperienza del nuovo partner. Anche quando quest’ultimo ha già attraversato una separazione, o ha parlato a lungo con persone che ci sono passate, si sente rispondere frasi come “la tua situazione era diversa” o “qui non puoi capire”. Non è solo difesa narcisistica. È un meccanismo ben noto: riconoscere che esistono pattern comuni significherebbe ridurre la percezione di unicità dell’esperienza, e questo, nelle prime fasi, può essere vissuto come una minaccia all’identità emotiva di chi si separa.

La letteratura sul coping mostra che le persone sotto stress attraversano fasi diverse: nelle prime, hanno bisogno di dare senso a ciò che sta accadendo (Lazarus & Folkman, 1984 – ‘meaning-based coping’), e solo dopo sono pronte ad accogliere soluzioni pratiche. Chi offre troppo presto un’uscita rischia di essere respinto, non perché il consiglio sia sbagliato, ma perché la persona non è ancora in quella fase.

A questo si aggiunge un aspetto spesso frainteso: chi si sta separando non sempre vuole o riesce a pensare continuamente alla separazione. In alcune fasi, parlare ancora, analizzare, decidere è semplicemente troppo faticoso. Il nuovo partner può allora diventare, legittimamente, uno spazio di normalità e leggerezza – non perché il problema venga negato, ma perché senza pause emotive il processo stesso rischia di bloccarsi. La psicologia parla in questi casi di coping oscillatorio: le persone alternano momenti di confronto con la perdita a momenti di distrazione e ripristino, entrambi necessari per non sovraccaricarsi emotivamente (Stroebe & Schut, 1999).

C’è poi un secondo livello, ancora più delicato. Il nuovo partner non è solo “quello che aiuta”: rappresenta già il futuro. E qui entra in gioco un altro dato robusto della psicologia delle relazioni. Gli studi sul responsive support mostrano che il supporto è efficace solo quando viene percepito come allineato allo stato emotivo dell’altro, non quando anticipa una fase successiva (questo è espresso chiaramente da Reis & Shaver nel 1988). Tradotto: ciò che per il partner è una visione costruttiva del “dopo”, per chi è ancora immerso nel “dentro” può suonare come pressione, giudizio o tentativo di accelerare i tempi.

Inoltre, ricerche recenti sul ‘self-concept clarity’ (Slotter et al., 2010) mostrano che dopo separazioni lunghe le persone attraversano una vera crisi d’identità: avendo costruito il sé intorno alla coppia, devono letteralmente ricostruire chi sono. Un nuovo partner che porta già visioni di un futuro condiviso può essere percepito come minaccia a questo processo, non come risorsa

Il rischio più serio, però, non è il conflitto esplicito, ma l’esclusione progressiva dal percorso. Quando il nuovo partner viene tenuto ai margini delle riflessioni più profonde, delle decisioni chiave o della rielaborazione emotiva, si rompe un meccanismo fondamentale della stabilità di coppia: la costruzione di una narrazione condivisa. John Gottman lo ha mostrato chiaramente nei suoi studi longitudinali: le coppie più solide sono quelle che riescono a integrare gli eventi critici in un “noi”, in una storia comune che dà senso anche alle difficoltà (Gottman, 1999). Quando questo non accade, il legame resta fragile, anche se all’apparenza funzionale.

Infine, un punto spesso sottovalutato: essere discreti non è la stessa cosa che essere esclusi. La ricerca sul supporto sociale distingue chiaramente tra supporto “invisibile” – che può essere protettivo – e supporto non richiesto o negato, che nel tempo aumenta la distanza e il senso di estraneità (Studio di Cutrona & Russell, 1990). Ed è qui che molte relazioni nate durante una separazione iniziano a incrinarsi: non perché manchi l’affetto, ma perché il partner finisce per essere percepito come qualcuno che “non c’era davvero” nel momento in cui la trasformazione avveniva.

Gli amici: presenti, ma spesso fuori contesto

Se per il nuovo partner il problema è l’eccesso di coinvolgimento, per gli amici accade spesso l’opposto. Sono presenti, disponibili, sinceramente preoccupati. Ma, nonostante questo, rischiano di apparire fuori fuoco.

La ricerca di Bolger & Amarel (2007) sul ‘supporto invisibile’ mostra un paradosso: l’aiuto è più efficace quando chi lo riceve non lo percepisce come tale. Gli amici, però, tendono a offrire supporto esplicito – consigli diretti, soluzioni pratiche – che crea un senso di debito psicologico e può ridurre la percezione di autonomia proprio in un momento in cui riconquistarla è cruciale.

Inoltre ascoltano da una distanza che li rende inevitabilmente parziali. Vedono frammenti, raccolgono versioni, cercano di ricostruire una storia coerente partendo da informazioni incomplete. E su quella base provano, legittimamente, a dire la loro.

Gli studi sulla comunicazione durante i divorzi mostrano che le persone tendono a condividere versioni diverse della loro storia con persone diverse (Afifi & Steuber, 2009). Non si tratta di manipolazione, ma di un meccanismo protettivo: in una fase di grande vulnerabilità, si sceglie cosa rivelare a chi in base al ruolo di quella persona nella propria rete sociale. L’amico, quindi, lavora sempre su una mappa parziale, anche quando è convinto di avere il quadro completo.

Il risultato, però, è spesso un senso di estraneità. Chi si sta separando percepisce che l’amico “non sa davvero come stanno le cose”, che non coglie la complessità, che semplifica troppo o, al contrario, drammatizza aspetti secondari. I consigli, anche quando sensati, rischiano di risultare scollegati dal vissuto emotivo del momento. Non perché siano sbagliati in assoluto, ma perché non rispondono al bisogno reale che la persona sta vivendo in quella fase.

A questo si aggiunge una difficoltà meno evidente ma cruciale: spiegare all’amico perché si sente il bisogno di confrontarsi con qualcuno che non è emotivamente coinvolto. Per chi è fuori, questa richiesta può suonare come un rifiuto o una svalutazione del legame: “Allora non ti fidi di me?”, “Non ti basta il mio supporto?”. In realtà, ciò che viene cercato non è distanza affettiva, ma uno spazio di confronto libero dalle dinamiche relazionali preesistenti, dalle aspettative reciproche, dai ruoli sedimentati nel tempo.

La ricerca sul supporto sociale mostra che l’aiuto è efficace solo quando è allineato al bisogno della persona che lo riceve. Quando questo allineamento manca, anche il supporto più sincero può diventare fonte di frustrazione. È così che molti amici finiscono per sentirsi inutili o messi da parte, mentre chi si separa si sente sempre più solo, convinto di non riuscire a farsi capire davvero. Una distanza che non nasce dall’assenza di affetto, ma da un disallineamento profondo tra ciò che viene offerto e ciò che sarebbe necessario in quel momento.

Uno studio longitudinale di Rook (1984) su reti di supporto durante crisi ha mostrato che il 60% delle persone in fase di separazione riporta ‘supporto ben intenzionato ma inefficace’ da parte degli amici, e che questo tipo di supporto può essere fonte di stress aggiuntivo quanto l’assenza totale di aiuto. La differenza sta proprio nell’allineamento: non basta esserci, serve esserci nel modo giusto, al momento giusto.

Fine prima parte

Arrivati a questo punto, una cosa dovrebbe essere chiara: accompagnare una persona che si separa può essere difficile non perché manchi l’affetto, l’intelligenza o la buona volontà, ma perché spesso si è semplicemente fuori fase rispetto al processo che l’altro sta vivendo. Nuovi partner e amici finiscono così in una posizione scomoda, sospesi tra il desiderio di aiutare e la sensazione di non riuscire a essere davvero utili.

E questo ha un costo: non solo relazionale, ma emotivo. Chi vorrebbe aiutare finisce per sentirsi inadeguato, chi vorrebbe essere aiutato finisce per sentirsi incompreso. Un circolo vizioso che, come vedremo, ha conseguenze concrete anche sugli aspetti più pragmatici della separazione.

Qui ci fermiamo volutamenteper darvi tempo di riflettere e metabolizzare quanto detto

Nella seconda parte entreremo in un territorio ancora più scivoloso: perché chi si separa vive la propria esperienza come unica, quali errori ricorrenti questo comporta e perché, soprattutto sugli aspetti economici, affidarsi alla buona fede può rivelarsi una scelta rischiosa. Concediamoci una pausa. A volte, anche capire dove ci si trova è già un passo avanti.

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