Introduzione:
Cari separandi, divorziati o aspiranti tali oggi avviamo una nuova area del sito dedicata ai protagonisti che stanno cambiando il modo in cui pensiamo alle relazioni, alle emozioni e – perché no – alla vita dopo il divorzio.
Avete presente quel vecchio cliché che dice che i maschi non piangono? Ecco, confesso che fino a poco tempo fa, anche io lo consideravo una sorta di dato di fatto. Poi, qualche giorno fa, mi sono ritrovato in una sala piena di gente, a Milano, ad ascoltare il dott. Alberto Penna parlare del suo libro, “Maschi che piangono poco”. Un titolo che mi ha fatto sorridere, lo ammetto, perché mi sembrava un’auto-descrizione più che un argomento di discussione.
E invece… il dott. Penna mi ha smentito su tutta la linea. Non solo ha spiegato come questa idea che “i maschi non piangono” sia un costrutto culturale, ma mi ha anche fatto riflettere su quanto sia dannosa. Mi ha letteralmente aperto gli occhi (e no, non ho pianto… almeno non ancora).
Le difficoltà emotive che gli uomini affrontano diventano una vera e propria montagna durante un divorzio, un momento in cui la capacità di riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni può fare la differenza tra un nuovo inizio e un baratro senza fine.

Ho scoperto è che il dott. Penna non si ferma alla semplice osservazione di una realtà sociale; lui la smonta, la analizza, ci scherza sopra e poi ti lancia addosso una riflessione così diretta che non puoi fare a meno di fermarti a pensarci.
Il suo lavoro non riguarda solo la terapia individuale, ma anche la sensibilizzazione culturale: è l’autore di un manifesto per le emozioni maschili, un documento che mira a ridefinire il modo in cui gli uomini vivono e comunicano le proprie emozioni. Questo manifesto, oltre al suo libro, ha ispirato molte delle domande che gli porrò oggi.
Sono davvero entusiasta che abbia accettato una mia intervista e di poterla condividere con voi. Passiamo dunque all’intervista, ma con un’avvertenza: il dott. Penna non è solo uno psicologo, è un archeologo delle emozioni perdute. Ci guiderà tra paure e silenzi, rabbie represse e lacrime non versate, per aiutarci a capire come e perché gli uomini possano – e debbano – riscoprire la propria emotività.
L’intervista:
1 – Condizionamento emotivo precoce
Premessa: Secondo uno studio dell’American Psychological Association (2019), i bambini maschi già a 6 anni iniziano a sopprimere le proprie emozioni di vulnerabilità, mentre le bambine vengono incoraggiate ad esprimerle. La famosa frase “i maschi non piangono” non è solo un detto popolare: è un condizionamento culturale radicato che inizia fin dall’asilo.
🔹 Domanda: Il suo manifesto evidenzia come la cultura delegittimi alcune emozioni maschili fin dalla nascita. Cosa possiamo fare per invertire questa tendenza nelle nuove generazioni? E quali strategie sono più efficaci per coltivare un’educazione emozionale nei ragazzi?
Nelle nuove generazioni esiste già la domanda per una nuova tendenza, ma si infrange contro l’idea che il problema sia già superato, come se bastasse una generazione e qualche auspicio per mutare una serie di convinzioni profonde, al punto da non essere conosciute. Il primo passo è quindi quello della consapevolezza: sapere che nasciamo più fragili e non più resistenti delle femmine e che, in sfregio a questa maggiore vulnerabilità, ci trattiamo e veniamo trattati come fossimo fatti di ferro. Va diffusa inoltre l’idea che la mascolinità ancor molto diffusa, come quella dell’eroe solitario, fa acqua da tante parti; produce fallimenti, mortalità, patologia. Che non funziona insomma, una vera bufala.
2- Trasformazione delle emozioni
🔹 Domanda: Nel suo libro, parla di come gli uomini tendano a spostare emozioni come la paura o la tristezza verso la rabbia. Quali sono le conseguenze a lungo termine di questo meccanismo, e come possiamo aiutare gli uomini a riconoscere e accettare queste emozioni invece di reprimerle?
La paura e la tristezza emergono ogni volta che ci troviamo di fronte a eventi avversi e ci spingono a cercare la vicinanza degli altri: il conforto che abbassa lo stress. La rabbia invece allontana gli altri, ci rende isolati e soli. Questa sostituzione emotiva produce un grande svantaggio: ci rende soli nei momenti peggiori, condizione che aumenta la sofferenza iniziale. Il che ci fa arrabbiare ancora di più. E questo ci isola ancora di più. Non è un una strategia vincente. Ci vuole coraggio per ascoltare la propria rabbia e chiedersi se non stiamo nascondendo qualcosa di più vulnerabile.
3- Il paradosso del contatto maschile
Premessa: Una ricerca della Columbia University (2022) ha rivelato che i neonati maschi hanno una risposta neurologica al contatto fisico più intensa rispetto alle femmine, suggerendo un maggiore bisogno di vicinanza. Eppure, col passare degli anni, questi stessi bambini ricevono progressivamente meno contatto fisico e verbale confortante. A 10 anni, ricevono in media il 30% in meno di abbracci e parole di conforto rispetto alle coetanee.
🔹 Domanda: Uno dei punti del suo manifesto suggerisce che gli uomini siano più bisognosi di contatto e conforto alla nascita, ma che questo bisogno venga soppresso. Secondo lei, come possono gli adulti recuperare la capacità di ricevere e dare conforto senza sentirsi ‘meno uomini’?
Più bisognosi non solo dalla nascita, ma dal concepimento fino ai 15/20 anni. Questa è la sfida del secolo. Dobbiamo abbandonare due certezze sulle quali costruiamo la nostra identità: che abbiamo meno emozioni delle donne e che siamo meno sensibili. La situazione è l’esatto contrario.
Ci vantiamo di essere individui coraggiosi: ecco io faccio appello a tutto il coraggio di cui siamo capaci per ammettere la nostra debolezza. Dovremmo abituarci a dirci: sono più fragile della mia compagna. Coraggio e onestà sono due ingredienti essenziali per questo cambiamento. Altrimenti possiamo fornire tutte le informazioni indispensabili, ma non le riusciremo nemmeno a prendere in considerazione.
Ricevere e dare conforto è semplicemente parte del nostro essere uomini.
4- Gli uomini e la solitudine: perché finiamo da soli a parlare col telecomando?
Premessa: Dicono che gli uomini siano esseri sociali. Eppure, i dati mostrano che il 15% degli uomini oggi non ha nemmeno un amico intimo – una percentuale triplicata negli ultimi 30 anni (American Perspectives Survey, 2021). Questo significa che oggi ci sono milioni di uomini per cui l’unica conversazione della giornata è con Alexa/Siri/ChatGPT o con il cassiere del supermercato che chiede: “Sacchetto?”
🔹 Domanda: Cosa succede? Perché gli uomini faticano a mantenere amicizie profonde e si ritrovano sempre più soli? È una questione di abitudini, cultura o semplice pigrizia sociale?
Credo sia una questione di abitudine e cultura, ma niente affatto di pigrizia sociale. Gli uomini hanno un grande bisogno di vicinanza, ma non se lo concedono. A me lo dicono e il libro sta facendo sentire molti di loro liberi di ammetterlo.
Gli uomini hanno una grande dote: quella di fare gruppo in pochi minuti anche con gli sconosciuti, ma solo se accomunati da un compito comune o dal gioco. E hanno un’enorme capacità di sacrificarsi, anche mettendo a rischio la vita.
Invece se non ammettiamo la vulnerabilità, viene a mancare proprio la profondità, quella che ci permette di stare in emozioni scomode, di passare una serata con un amico a condividere le nostre sofferenze o ad ascoltare le sue.
5- Tutto bene” – Il mantra maschile anche quando la casa sta bruciando
Premessa: Il 41% degli uomini si sente a disagio nel condividere emozioni con altri uomini (Movember Global Study, 2022). La strategia più diffusa? Il caro vecchio “Tutto bene”, pronunciato anche quando la casa è in fiamme. Peccato che poi le emozioni represse esplodano nei modi peggiori: stress, rabbia, isolamento o maratone di YouTube su complotti e criptovalute.
🔹 Domanda: Perché gli uomini hanno così tanta difficoltà a parlare delle proprie emozioni? E come si può cambiare questa abitudine senza costringerli a iscriversi a un gruppo di teatro emozionale?
La difficoltà nasce da un’emozione a sua volta molto sgradevole: la vergogna. Una volta che abbiamo recepito il messaggio che la fragilità non va ammessa, siamo in crisi proprio quando sentiamo di stare male. La vergogna ci fa prevedere che verremo derisi, ci si interesserà di meno di noi. Previsioni che hanno fondate ragioni in effetti, a meno che non ci siamo scelti come compagni di strada amici aperti e premurosi.
6- Il tabù della terapia: perché gli uomini vanno più volentieri dal meccanico che dallo psicologo?
Premessa: Solo il 13% degli uomini accede ai servizi di salute mentale, contro il 25% delle donne (National Institute of Mental Health, 2022). Traduzione: se la macchina fa un rumorino strano, corriamo dal meccanico in tre secondi. Se la nostra testa sta per esplodere, rimandiamo “a dopo”. Ma perché prendersi cura della propria auto è accettabile, mentre prendersi cura della propria mente viene ancora visto come segno di debolezza?
🔹 Domanda: Quali sono gli ostacoli principali che impediscono agli uomini di rivolgersi a uno psicologo? C’è un modo per rendere la terapia più “digeribile” per chi ancora la vede come un’ultima spiaggia?
Andare da uno psicologo, come dal medico, implica la capacità di chiedere aiuto. Non sto bene, ho bisogno di un aiuto e vado a farmi vedere. Chiedere aiuto presuppone a sua volta l’allenamento ai segnali interiori di malessere, fisico o psichico e la loro accettazione. Questi segnali sono veicolati dalle emozioni negative, che sono state messe lì apposta a metterci in allarme per cercare soluzioni. Ma se non vogliamo ascoltare queste emozioni, non possiamo nemmeno chiedere aiuto. Le statistiche confermano questo triste trend.
7- Terapia di coppia: il misterioso caso dell’uomo che dice “No, grazie”
Premessa: La crisi di coppia arriva, la partner propone la terapia e lui risponde con “Non serve, risolviamo da soli”. Spoiler: di solito non si risolve da soli. E il problema è che questa resistenza aumenta proprio nei momenti più critici, cioè quando un supporto esterno farebbe davvero la differenza. Uno studio ha rivelato che sono le donne a proporre la terapia di coppia nel 70% dei casi, mentre gli uomini spesso accettano solo quando la relazione è già compromessa (Journal of Family Therapy, 2021).
🔹 Domanda: Perché molti uomini sono restii alla terapia di coppia? È solo paura del giudizio? O c’è un’idea più profonda del tipo “Se serve aiuto, significa che ho fallito”?
Credo che la risposta sia molto simile a quella precedente, con in più una certa consapevolezza che si parlerà di emozioni, normalmente delegate alla moglie. Andare in terapia di coppia vuole dire non solo scoprirsi davanti ad uno specialista, ma anche davanti al proprio coniuge. Va detto a onor del vero che non sono pochi i casi in cui è proprio la moglie a fare un passo indietro quando il marito finalmente si apre alle proprie fragilità. Non sono pronti gli uomini, ma nemmeno molte donne, ad accettare questa fragilità unisex.
8- Il divorzio e il rischio “Uomo delle caverne” post-separazione
Premessa: Dopo un divorzio, gli uomini sono più a rischio di depressione rispetto alle donne (American Journal of Men’s Health, 2021). Le donne, in media, attivano una rete di supporto, mentre gli uomini tendono a chiudersi. A volte si rifugiano nel lavoro, a volte nelle app di incontri, altre volte nell’ossessiva ricerca del miglior barbecue su Amazon.
Non solo: gli uomini divorziati hanno un tasso di suicidio 2,4 volte superiore rispetto agli uomini sposati, mentre per le donne la differenza è molto meno marcata (Journal of Epidemiology, 2020). Un dato che dimostra quanto la separazione possa essere devastante per chi non ha gli strumenti emotivi per gestirla.
🔹 Domanda: Perché il divorzio colpisce emotivamente gli uomini in modo così pesante? E cosa possono fare per non finire isolati dopo la separazione?
Perché si tratta di un evento che mette alla prova le emozioni negate che caratterizzano proprio la mascolinità più in voga, e per di più tutte insieme. Se pensiamo al divorzio nel caso in cui ci sono anche i figli, l’uomo cade su tre fronti: è triste e anche spaventato all’idea della solitudine, e in più non sa come muoversi nei territori della cura, che lo legano ai figli. Non sono attrezzato per affrontare la mia tristezza, la paura del futuro e il legame con i figli. Più caduta verticale di così è difficile immaginarsela. Tutto questo è il magro bottino della mascolinità in voga.
9- Come convincere un uomo che chiedere aiuto è da persone intelligenti, non da “deboli”?
Premessa: Abbiamo parlato di terapia, amicizie, divorzio. Ora la domanda vera è: come facciamo a cambiare questa cultura? Perché possiamo anche scrivere articoli bellissimi e fare conferenze sul tema, ma se gli uomini continuano a pensare che chiedere aiuto sia da “femminucce”, il problema resta. Secondo la ricerca Men and Masculinities (2022), il 65% degli uomini considera la terapia un’opzione solo in caso di emergenza assoluta, e il 40% ammette di temere il giudizio degli altri se inizia un percorso di supporto.
🔹 Domanda: Quali sono le strategie più efficaci per aiutare gli uomini a superare la paura di chiedere aiuto? E come si può diffondere un nuovo modello di mascolinità che includa la possibilità di essere vulnerabili senza perdere il proprio valore?
Fargli capire che è semplicemente perdente non farlo, si rischia la salute e la vita, è proprio stupido. Raccontare esempi divergenti rispetto al modello del maschio sempre autonomo e indipendente che non ha bisogno di aiuto. Raccontare quante volte queste modalità uccidano, che è preferibile bere una birra con il mio amico che piange, piuttosto che andare al suo funerale.
Il valore si accresce sapendo portare la vulnerabilità. La vulnerabilità è il più bel vestito che possiamo portare addosso: ci vuole un grande coraggio a farlo, ci vuole una grande forza a stare nella sofferenza, nostra e altrui. Non chiedere aiuto è perdente, meschino e presuppone un handicap emotivo: chi sarebbe orgoglioso di saper usare solo una gamba avendone due? Ecco, quando non chiediamo aiuto rinunciamo ad una parte della nostra umanità. Liberi di scegliere.
Conclusione
Grazie al dott. Penna per queste riflessioni che ci aiutano a capire quanto le emozioni represse possano trasformare un divorzio in un’esperienza ancora più dolorosa. La buona notizia? Non è mai troppo tardi per imparare a riconoscere, accettare ed esprimere ciò che proviamo davvero. E forse, paradossalmente, proprio il divorzio può diventare l’occasione per riscoprire quella parte di noi che abbiamo tenuto in silenzio per troppo tempo. Perché, in effetti, la vita può davvero essere meglio dopo un divorzio… soprattutto se impariamo a piangere quando serve. Per chi volesse approfondire questo viaggio nelle emozioni maschili, il libro “Maschi che piangono poco” del dott. Penna è una lettura illuminante e sorprendentemente accessibile – niente linguaggio da psicologo incomprensibile, ma parole dirette che colpiscono nel segno.
